I Castiglioni di Mozzate e la sperimentazione botanica

Descrizione

I fratelli Luigi e Alfonso Castiglioni, patrizi milanesi ed esperti di botanica, a seguito dell’editto del 1779 emesso dal governo della Lombardia Austriaca che permise l’alienazione delle brughiere, ne comprarono 1.039 pertiche (68 ettari) dalla Comunità di Mozzate. L’obiettivo dei Castiglioni era espandere su più ampia scala il processo di “bonifica” delle brughiere già da loro iniziato alcuni anni prima. Tale operazione puntava alla progressiva riforestazione di queste lande incolte che circondavano il paese e occupavano la maggior parte dei terreni oggi parte del Parco della Pineta. La bonifica sarebbe avvenuta anche tramite l’introduzione e la propagazione di specie vegetali esotiche capaci di adattarsi alla povertà dei terreni.

La creazione di nuovi boschi avrebbe, sul lungo periodo, reso produttive le proprietà fondiarie tramite la possibilità di raccogliervi legname di qualità, da immettere sul mercato sia per la crescente richiesta di materiale da riscaldamento, che per la carpenteria. La copertura vegetale avrebbe, inoltre, ridotto il rischio idrogeologico, stabilizzato i terreni impermeabili contenendo i danni in caso di forti precipitazioni che, periodicamente, si scaricavano nei paesi a valle.

Il lavoro di rimboschimento delle brughiere iniziato dalla famiglia Castiglioni non si limitò all’opera dei fratelli Luigi e Alfonso. Alfonso Teodoro (1790 – 1858), figlio del secondo, ne proseguì la gestione; gli fu erede la nipote Maria Eleonora (+1878), che era moglie di Gian Giuseppe Carena e sorella di Luigia (+1908), sposata con Giovanni Cornaggia Medici. Alla morte di esse, si estinse il ramo dei nobili Castiglioni di Mozzate e i beni e le terre passarono alle famiglie Carena e Cornaggia. I discendenti di quest’ultimi ancora posseggono e gestiscono molti di quei terreni sottratti alla brughiera.

Le brughiere acquistate a fine Settencento si trovavano sia a sud che a nord del paese di Mozzate. Le primi diedero origine ai Boschi Castiglioni che si trovano ancora, pur residualmente, nelle aree boscate a prevalenza di robinia e quercia rossa nella zona attraversata dal cavo Gradaluso, negli ultimi decenni profondamente mutata a causa delle attività di escavazione, della conversione delle cave in discariche e, infine, per la costruzione dell’autostrada Pedemontana. I terreni a settentrione, invece, si sono meglio mantenuti, principalmente per il fatto di essere stati inclusi nel Parco Regionale della Pineta sin dal 1983.

 

L’opera dei Castiglioni botanici

La passione dei fratelli Luigi e Alfonso, materializzatasi a Mozzate, riguardava la campagna, lavorata e coltivata. Si trattava solo in parte di un passatempo aristocratico: era più uno stile di vita, una filosofia che trova le sue radici nell’interesse scientifico che si diffondeva in Lombardia negli ultimi decenni del Settecento, parte di quel soffio illuminista generato Oltralpe. Lo studio della botanica, della tassonomia, delle scienze naturali non erano però delle mode francesizzanti, ma trovavano autonome iniziative presso il governo austriaco del Ducato che, proprio in quegli anni, fondava orti botanici a Pavia e Milano, istituiva il primo giardino pubblico a Porta Venezia, valutava modi per migliorare la capacità produttiva della terra, in quanto risorsa economica.

Negli anni del Viaggio negli Stati Uniti di Luigi Castiglioni (1785 – 1787), iniziavano a diffondersi, nei giardini delle ville nobili del Milanese, vegetali esotici curiosi: ananas, piante di tè, canne da zucchero. L’intuizione dei fratelli, che pur si occuparono ampiamente anche di queste specie, fu di sperimentare l’introduzione di piante ad alto fusto facendo attenzione alle similitudini del clima di origine rispetto a quello del pedemonte lombardo. Ciò preconizza il concetto moderno delle “analogie climatiche” ed è alla base dei tentativi di introduzione di specie extra-europee che, nel resto della Penisola, fu effettuato su larga scala a partire dal Novecento.

Luigi, rientrato a Mozzate nel 1787, era smanioso di interrare quei semi che aveva raccolto in Nord America e che, con tante difficoltà di conservazione, era riuscito a portare con sè. L’attecchimento e il loro germogliare non erano per niente fatti scontati, anche per assenza di tecniche specifiche e di vivai attrezzati a questo tipo di operazioni. Moltissima fu dunque la cura che i Castiglioni dovettero mettere nell’approntare questa primissima fase della sperimentazione. Alle varie complicazioni si aggiunse l’inverno 1788-1789 che fu molto freddo. I Castiglioni dapprima propagarono le piantine nel giardino della propria dimora, quindi, le impiantarono in brughiera.

 

Le nuove piante importate dai Castiglioni

Il paesaggio del Parco della Pineta sarebbe molto diverso se i Castiglioni non vi avessero coltivato una serie di specie americane che oggi si sono naturalizzate e fanno parte del nostro quotidiano.

La Robinia pseudoacacia è sicuramente la più conosciuta e diffusa. Alcuni esemplari erano già coltivati in Francia dal XVII secolo e, molto sporadicamente, in alcune città italiane. I primi impianti di questa specie nei terreni di Mozzate erano già presenti al tempo del viaggio di Luigi Castiglioni, nelle brughiere a sud del paese. In Nordamerica, il nostro botanico potè finalmente osservarla nel suo ambiente originario, le montagne degli Appalachi, dove forma boschi puri. Così la descriveva:

«Si moltiplica colla massima facilità dai numerosi polloni, che sortono dalle radici, ma non così facilmente da semi. Cresce con molta celerità, principalmente ne’ terreni sabbiosi, e leggieri, benchè magri, ed asciutti, e si può anche tagliare a modo di siepe per difender le campagne. Circa cinquecento di queste piante felicemente vegetano nell’arenoso terreno della Brughiera di Mozzate, e molte di esse vi fioriscono, e maturano i semi, essendo fra tutti gli alberi pronti a crescere, quello, che ha il legno più consistente, e migliore.»

(L. Castiglioni, Viaggio negli Stati Uniti…, Tomo Secondo, Stamperia Giuseppe Marelli, Milano, 1790, p. 369)

Il Liriodendron tulipifera era conosciuto da Luigi Castiglioni per l’esemplare coltivato a Treviglio, ed è originario dei territori compresi tra la Georgia e New York. Detto anche “albero dei tulipani”, deriva il suo nome a causa dei suoi fiori, simili a tulipani di colore verde-giallo. Si tratta di una pianta che a maturazione è possente, crescendo alta, dritta e piuttosto velocemente: fornisce buon legname con ottime caratteristiche di lavorabilità, di colore biancastro. Castiglioni, nel raccontarne le caratteristiche, spiega che i Nativi Americani lo usavano per ricavarne, da un unico pezzo, i cannot, le canoe in legno.

«I semi, che io mandai dall’America, nacquero con facilità tenedoli a mollo per circa otto giorni nell’acqua, in cui lasciarono una tintura gialla. Bisogna però, che pianticelle appena nate si riparino dal forte calor del sole, e si ritirino all’inverno ne’ primi due anni.»

(L. Castiglioni, Viaggio negli Stati Uniti…, Tomo Secondo, Stamperia Giuseppe Marelli, Milano, 1790, p. 284)

La Quercus rubra (quercia rossa) fa parte di un gran numero di specie del genere delle querce descritte dal Castiglioni e l’unica ad avere avuto un grande impatto sul nostro paesaggio, dove, seppur naturalizzata, è considerata invasiva e ormai onnipresente in tutto il territorio del Parco. Ha trovato grande favore nel suo impiego come specie forestale per la sua facilità di adattamento, la crescita rapida e la produzione di legname.

Castiglioni
Tavola presa dall’opera “Viaggio negli Stati Uniti” di Luigi Castiglioni raffigurante foglie e frutti di quercia rossa.

La Bignonia Catalpa fu oggetto di impianti a Mozzate, ma oggi se ne possono osservare solo esemplari sporadici, forse non discendenti di quelli importati dai Castiglioni, ma diffusasi da altre piantagioni più recenti.

«è un albero già da molti anni conosciuto nei giardini d’Europa, ed ultimamente moltiplicato da me, e dal Conte Alfonso mio fratello in alcuni boschi del Milanese, e particolaramente in quelli nuovamente piantati nell’arenoso terreno della brughiera di Mozzate, dove già da alcuni anni vegetano felicemente più di duemila di queste piante.»

(L. Castiglioni, Viaggio negli Stati Uniti…, Tomo Secondo, Stamperia Giuseppe Marelli, Milano, 1790, p. 210-211)

Nei giardini di Luigi e Alfonso si coltivavano anche conifere, sia provenienti da semi portati dagli Stati Uniti che dalle nostre Alpi. Sicuramente importarono nei nostri boschi il Pinus rigida, una specie degli Appalachi: da noi è ancora presente in piccoli gruppi e facilmente riconoscibile poichè porta aghi non solo sui rami ma anche su alcuni punti del tronco.
La sperimentazione forestale procedette con i giusti tempi. Sicuramente, di tutte le specie impiantate, solo alcune sopravvissero e si adattarono al nostro clima. Nel 1793, a 14 anni dall’acquisto delle brughiere e a 5 anni dal rientro di Luigi dal viaggio in America, si annotava:

«Gli illustri fratelli Conte Alfonso, e Cav. Luigi Castiglioni, il primo coll’esempio avendo ridotta a bosco e in parte di piante esotiche una brughiera presso Mozzate, e il secondo col viaggiare nelle interne parti dell’America settentrionale in traccia di quelle piante che abbellire o arricchir poteano la sua patria, molto hanno contribuito ad accrescere il numero degli alberi, e arbusti, atti a formar boschi presso di noi. Amendue ci hanno anche coi loro scritti su di ciò istruiti. Il Sig. Cavaliere ha aggiunto al ragguaglio de’ suoi viaggi un’appendice, in cui da valente botanico, e da saggio agronomo parla de’ vegetabili più importanti dell’America Settentrionale; e il Sig. Conte ha data alla Società la già nel Vol. II annunciata nota degli alberi che dall’America Settentrionale potrebbero nella nostra Lombardia introdursi.»

(Atti della Società Patriotica di Milano, 1793, LIX-LX)

E Carlo Amoretti scriveva nel 1814:

«A Mozzate meritan d’essere visitati i boschi del Sig. Castiglioni, uno de’ quali ci portò dall’America Settentrionale, ove il condusse il desiderio d’sitruirsi e di giovare alla sua patria, molti nuovi alberi, che or sono in que’ Boschi numerosissimi»

(C. Amoretti, Viaggio ai tre laghi: Maggiore, di Lugano e di Como e ne’ monti che li circondano, 4a ed., Milano, 1814 [1a ed. 1794], p. 147)

 

Autore

Matteo Colaone