Il Parco Archeologico di Castelseprio

Descrizione

L’attuale Comune di Castelseprio è costituito dal capoluogo, detto Vico Seprio (Visevar, in lombardo), e dai resti dell’antica città di Castel Seprio (Castelsevar), visitabili all’interno di un Parco Archeologico.

La località, già conosciuta anche come “Castelseprio scavi”, è raggiungibile partendo dal municipio e percorrendo via Castelvecchio, itinerario che si sovrappone a quello della Dorsale RTO che collega Lonate Ceppino con la piana di Lozza. Sempre dal Parco Archeologico si dipartono il sentiero Tenore, il collegamento Ticino-Seprio e il collegamento verso Carnago.

Oltre che per il suo valore storico-artistico, visitare Castelseprio permette di passare qualche ora in un ambiente naturale di pregio, da cui partire per ulteriori esplorazioni, facendo riferimento ai cartelli segnavia e ai pannelli installati nelle vicinanze.

 

Inquadramento

Il Parco Archeologico di Castel Seprio, comprendente anche l’Antiquarium, è un istituzione statale, destinato alla pubblica fruizione, che gestisce circa 130.000 mq di territorio; una minor parte è proprietà della Provincia di Varese.

All’interno della cornice agricola e forestale del PLIS Rile-Tenore-Olona, la zona archeologica ospita i resti di un castrum sviluppatosi nel V sec. d.C. su preesistenze più antiche, circondato dagli avanzi di mura e torri, turrite, che includevano originariamenta anche l’avamposto di fondovalle conosciuto come Monastero di Torba, di proprietà del Fondo Ambiente Italiano. L’area include anche il borgo, non ancora visitabile.

Il complesso rientra tra i siti UNESCO del percorso “Italia Langobardorum – I Longobardi in Italia – I Luoghi del potere (568 – 774 d.C.)”.

 

Perchè visitarlo

Castel Seprio è la “città distrutta” per antonomasia della nostra regione, nonché l’antico capoluogo del Contado medievale eponimo. Si tratta di una località oggetto di numerosi studi, pubblicati in modo particolare dall’immediato secondo dopoguerra, quando i ruderi dell’insediamento furono riportati alla luce per principale merito di Gian Piero Bognetti e Mario Bertolone.

Sul colle di Castelseprio esistono resti di insediamenti che risalgono alla Protostoria e fonti scritte che parlano di un abitato già all’inizio del VII secolo dell’evo antico. L’abbandono del paese fu conseguente alla sua distruzione e a una serie di avvenimenti che culminarono con un ultimo assedio eseguito dall’esercito visconteo nel marzo del 1287.

Castrum strategico già in età tardo-romana, forse brevemente in mano ai Bizantini, poi abitato da Goti e Longobardi, fu sede pievana, ma pur accrescendosi come borgo, mai raggiunse l’importanza ecclesiastica delle vicine Milano, Como e Novara, non essendo sede episcopale. Nondimeno la sua centralità militare, civile e politica si espresse pienamente sino al XII secolo.

L’abbandono di Castel Seprio arrestò ogni ruolo attivo del borgo nella Storia, ma non lo fece dimenticare: già in età rinascimentale fu visitato e studiato da eruditi del tempo come Bonaventura Castiglioni. Inoltre, a livello popolare, l’esistenza di un insediamento sopravvisse in multiformi leggende locali. Non da ultimo, è una delle rare città abbandonate d’Insubria ad esser stata indagata archeologicamente
seppure, ancora a oggi, in modo parziale.

Gli Insubri vi lasciarono una piccola necropoli; nell’alto e tardo Impero l’importanza strategica dei contrafforti prealpini fu determinata dalla sua vicinanza ai confini esterni e Castel Seprio dovette avere già un ruolo militare: si è ipotizzato che in Valle Olona passasse un ramo della strada prealpina Como-Novara e che, contestualmente, gli Insubri “romanizzati” riattassero la posizione sopraelevata di Castel Seprio a fortezza.

Sin dall’ultimo decennio del V secolo si ebbe la penetrazione del Cristianesimo nelle nostre campagne. A quest’epoca risalirebbe la Basilica di San Giovanni evangelista, i cui resti sono tuttora visibili, così come è possibile che anche la datazione della chiesa di S. Maria foris portas, così detta perchè esterna alle mura, sia riconducibile alla stessa età goto-teodoriciana.

La successiva presenza longobarda è ben testimoniata. Castel Seprio era preposto alla testa di un finis, una amplissima area amministrativa i cui confini erano il Ticino, il Verbano e il Monte Ceneri fino a Bellinzona e alla Val d’Intelvi. Lo stesso territorio fu poi conosciuto come Contado o Comitato.

A partire dall’inizio del secolo XI si aprì una stagione di lotte tra i nobili del Seprio e la crescente egemonia milanese, la quale condusse all’instabilità del potere dei Conti e la perdita di controllo dei territori più lontani. Il territorio fu coinvolto nelle lotte tra Federico Barbarossa e i Comuni ribelli della Lega Lombarda. I sepriesi contribuirono alla distruzione di Milano avvenuta nel 1162, ma a seguito della sconfitta di Legnano, persero le proprie milizie e entrarono nella sfera politica della città. Fu così che nella seconda metà del Duecento la regione
divenne uno degli scenari delle battaglie tra Torriani e Visconti per il controllo politico e militare di Milano, che ne portarono alla definitiva distruzione.

 

Comprenderne i resti archeologici

Passeggiare per il Parco permette di immaginare come fosse la città prima della sua distruzione.

A tutt’oggi la quasi totalità delle informazioni relative alla comprensione urbana di Castel Seprio riguardano le chiese e le strutture fortificate: una prima cinta muraria abbraccia interamente il pianalto, si stima con uno sviluppo di 900 metri, e ingloba cinque torri alle quali se ne devono aggiungere altre tre isolate all’interno del perimetro. La più recente proposta di periodizzazione dell’evoluzione delle fortificazioni di Castel Seprio data dal V al VI secolo.

L’indagine degli edifici civili è stata finora limitata a singole aree all’interno del castrum. Tra tutti, almeno uno fu definitivamente abbandonato nel XVI secolo, quindi successivamente all’arresto della vita civile di Castel Seprio. Era probabilmente in uso al personale ecclesiastico e difatti è noto che la Basilica di S. Giovanni rimase attiva nelle sue funzioni sino alla seconda metà del Cinquecento.

 

Autore

Matteo Colaone