Bocche e campari: la gestione storica delle acque dell’Olona

Descrizione

Le acque dell’Olona rappresentarono, per secoli, una risorsa fondamentale per la Comunità che vi si affacciano. Dal fiume dipendeva un ciclo naturalmente integrato di attività di sopravvivenza: l’irrigazione dei prati della valle, dai quali si ricava ancor oggi foraggio per gli animali , la forza utilizzata per muovere le ruote dei mulini, con cui trasformare i cereali in farina, oltre che la pesca.

Per questi motivi, sin dall’epoca medievale, fu necessario regolamentare la gestione delle bocche, ossia le prese idrauliche dalle quali ogni singolo utilizzatore preleva la quantità d’acqua necessaria per la propria attività. Di queste norme abbiamo testimonianza a partire dagli Statuti del Ducato di Milano, risalenti al Trecento, fino alla costituzione – nel 1610 – del Consorzio del Fiume Olona, tutt’oggi esistente.

 

La gestione delle acque nel Medioevo

Nel 1346 furono compilati gli Statuti delle strade e delle acque del contado di Milano, poi promulgati nel 1396. Si trattava di una serie di norme per l’utilizzo di questi beni, e un particolare vi si introdusse la norma che l’acqua dovesse scorrere sempre liberamente nei fiumi pubblici, ovvero che non vi si facessero chiuse o ostacoli. I privati potevano estrarre l’acqua dai fiumi per irrigare i prati in alcuni periodi dell’anno, con l’attenzione di non causare danni, specialmente al funzionamento dei mulini. Gli statuti obbligavano gli utenti a far rientrare l’acqua dell’Olona dopo il suo utilizzo.

Un giudice delle acque, scelto in qualità della propria esperienza oltre che al fatto di essere un forestiero – quindi avulso da interessi locali – era incaricato di sorvegliare il corretto uso della risorsa, al controllo che essa affluisse ininterrottamente dai contadi alla città di Milano e che non fosse indebitamente deviata.

Con le Novae Costitutiones del 1541, decretate dall’imperatore Carlo V d’Asburgo, venne introdotta la figura di un giudice commissario del fiume Olona, addetto a controllare utilizzi e abusi; a lui si accompagnava un conservatore, che aveva il compito di promulgare le grida e di comminare le pene per gli abusi più gravi, un cancelliere, ossia un notaio, un ingegnere e altri funzionari. Tra di essi vi erano i campari (campee), il cui ruolo era di guardia alle chiuse e alle prese, in modo da regolare il prelievo dell’acqua e segnalare incongruenze.

Questo sistema di gestione fu alla base della nascita del Consorzio del fiume Olona, che riunisce tutti i privati che hanno diritti sulle acque del corso. A inizio Novecento, con il passaggio dell’Olona nell’elenco delle acque pubbliche sotto egida demaniale, il Consorzio perse la possibilità di una gestione totalmente autonoma del fiume; ricevette in delega il ruolo di mediatore tra l’insieme degli utenti e lo Stato.

 

Le bocche

Sono le prese dalle quali si deriva l’acqua dall’Olona per condurla verso i prati irrigui, verso i mulini e – più recentemente – verso le manifatture. La loro larghezza e altezza, quest’ultima regolabile tramite una paratoia mobile, permettono il calcolo del volume d’acqua prelevato.

Le bocche possono essere a una o due luci, cioè aperture; se di larghezza inferiore ai 60 cm (un braccio milanese) sono detti bocchelli.

Ogni bocca può essere al servizio di più utenti a valle; ognuna di esse è assegnata a un camparo che vigila l’erogazione dell’acqua secondo gli orari definiti.

Storicamente, esistevano bocche libere, ossia aperte tutto l’anno senza limitazioni; bocche costituzionali, cioè quelle che dovevano seguire le tempi e orari  delle Novae Costitutiones; bocche privilegiate, aperte per l’irrigazione tutta la stagione estiva con orari speciali rispetto a quelli costituzionali; bocche di scarico o spazzere, che servivano, in prossimità dei mulini, di smaltire le acque in esubero e che dovevano essere completamente aperte in caso di ferma di una o più ruote.

Le bocche abusive erano dette scannon (“scannoni”).

Nel tratto compreso tra Vedano e Canegrate, l’orario costituzionale di uso delle bocche era dalle 20 del sabato alle 20 della domenica.

 

Le chiuse o traverse

Sono particolari opere di sbarramento del fiume, costruite in modo da produrre un modesto rialzamento del pelo libero. Quando,  in condizioni di piena, il rialzo a monte assume proporzioni pericolose è necessario lasciare uno sfogo alle acque.

Anticamente, le derivazioni dall’Olona si formavano utilizzando pietre mobili, fascine, palizzate appoggiate a passoni (grossi pali di castagno inseriti nell’alveo del fiume). Queste tecniche avevano una durata breve, specie in caso di piene. In età moderna i manufatti sono stati realizzati in cemento e pietra, per essere inamovibili.

 

Le bride

Sono manufatti in muratura, principalmente usati nell’alto corso dell’Olona, per dimunuire la pendenza e ridurre il trasporto delle alluvioni e le erosioni del fondo e delle sponde.

 

L’irrigazione

L’acqua dell’Olona serve per l’irrigazione di prati stabili, non di terreni coltivati, che devono essere debitamente iscritti al catasto del Consorzio. Il permesso per l’irrigazione invernale di norma si accordava di anno in anno e unicamente per i prati a sud della Valle, oltre San Vittore. Era invece sempre permessa in speciali periodi: dal 24 dicembre al 27 gennaio; la Settimana Santa; l’Ottava di Pasqua.

L’irrigazione estiva era quella più necessaria e si chiudeva all’equinozio di autunno.

 

Le altre risorse del fiume

In passato, vi erano licenziatari per il prelievo di ghiaccio dall’Olona, dietro il pagamento di una tassa commisurata alla superficie del bacino che era dato in concessione. Il ghiaccio serviva per essere trasportato nelle giazzer, dove si conservano cibi deperibili refrigerati.

Similmente, vi erano concessioni per l’estrazione di sabbia e ghiaia, considerata di buona qualità per i lavori edilizi, perchè di origine calcarea e mescolate con i porfidi rossi della Valganna.

 

 

Bibliografia:

  • P. Macchione, M. Gavinelli, Olona. Il fiume, la civiltà, il lavoro, Macchione Editore, Varese, 1998.
  • L. Carnelli, Il fiume Olona. Le acque, la storia, i mulini, Comune di Gorla Maggiore, 2006

 

Autore

Matteo Colaone